FRANCESCO CLEMENTE


03-12-1999
26-02-2000
Milano

E’ una mostra ricca di presenze, ma anche molto intima, questa presentata dalla Galleria Cardi. Uomini e donne in atteggiamenti sensuali o persi nei propri pensieri, che fissano insistentemente il visitatore, suscitando un certo imbarazzo, come fosse a sua volta osservato dal personaggio, lui stesso divenuto parte dell’opera. Sembra di essere entrati in un caleidoscopio, che riflette in migliaia di colori scintillanti, sdoppiate o distorte, infinite immagini del medesimo Io. Il soggetto costante delle opere di Francesco Clemente è sempre se stesso, o meglio, le emozioni e le relazioni emergenti da ogni infinitesimo contatto tra la sua anima e la realtà che lo circonda. Autoritratti, proiezioni di sé in donne sognanti, come figurazioni della sua più profonda coscienza, visioni anamorfiche, deformate, di uomini enigmatici, galleggianti in mondi surreali, popolati di civette, orsi, elementi simbolici…. ma da cui affiora sempre un piccolo particolare che ci permette di riconoscere ogni volta in modo nuovo la fisionomia dell’Artista. “Per me Dio è una donna. Se dovessi praticare una forma di venerazione, sarebbe una forma tantrica e venererei una donna…” E davvero qui le protagoniste sono le donne, intimamente ed elegantemente rappresentate, sempre avvolte da un’aura di regalità; per l’Artista sono il mezzo più intenso e sensuale per far affiorare la sua anima sensitiva. La morbidezza delle forme, la dolcezza dei gesti, ci permettono di entrare in un’atmosfera calda e silenziosa, che ci riporta nelle profondità della nostra stessa mente: sensuali strumenti di conoscenza, come d’altronde è il tantra, elemento essenziale della sua riflessione, disciplina filosofica e fisica, che coinvolge tutti i sensi, corpo e anima. Allo stesso modo, nell’opera di Francesco Clemente è impossibile scindere la pura, trascendente anima, da questi corpi violentemente fisici e conturbanti. Ma accanto a queste splendide donne non è possibile dimenticare i quattro “Grisaille Self Portrait”, potenti immagini che sembrano soffrire il limite della tela, e con quest’intenso monocromo, ispirato ai grisaille del Rococò tedesco, penetrano in fondo al nostro cuore; lo guardano direttamente ed è impossibile nascondersi ad essi. Sono tre incredibili riflessioni di sé, nate da uno degli ultimi viaggi di Clemente a Bali, nuovamente strumenti di indagine psicologica, forse più duri, poiché generano un vuoto nella mente, terra vergine su cui sarà poi possibile costruire la nostra personale e vera conoscenza. In mostra sono esposti 10 oli, 12 pastelli e 8 acquerelli di Francesco Clemente. Tra queste opere emergono due “Anamorphic Paintings”, parte di una riflessione sulla distorsione prospettica dell’immagine, intitolati dai tipici strumenti della tradizione sciamanica; in essi l’Artista approfondisce il concetto di opposizione tra immobilità e cambiamento, continuo scambio di realtà e sensazione, uomini affioranti da un mondo personalissimo e statico, che ci tendono la mano facendoci sentire meno isolati, a nostra volta immersi in un nostro spazio interiore, mettendo in contatto due Sé capaci di generare conoscenza. Essi parlano di comunicabilità-incomunicabilità, di consapevolezza di sé e degli altri: tornando allo sciamanesimo, queste opere sono strumenti cerimoniali, maschere, come quelle degli stregoni, che creano un’atmosfera di riflessione e magia, guide verso un modo vero offuscato dalla nostra realtà quotidiana.